7 dicembre 2013

Il Pulcin della Minerva

Piazza della Minerva
Piazza della Minerva
Le nostre ricerche oggi si portano nuovamente sulla suggestiva zona che risiede intorno al Pantheon e che, come ho avuto più volte occasione di ricordare, è molto ricca di leggende e curiosità romane che hanno lasciato un segno tangibile nel presente.

La meravigliosa mole del Pantheon come al solito cattura l'attenzione dei passanti, e forse proprio per questo motivo si tende a trascurare quello che risiede nelle immediate vicinanze. Posizioniamoci infatti a pochi metri da esso, in quella piazzetta laterale che si chiama piazza della Minerva.

Oltre la facciata della chiesa di santa Maria sopra Minerva, che dà il nome alla piazzetta, fa bella mostra di sè al centro un piccolo obelisco sorretto dalla scultura di un elefantino (vedi foto), opera solitamente attribuita a Gian Lorenzo Bernini. L'altisonante e ufficiale nome che ha nella storia dell'arte questo elefantino è "Pulcin della Minerva", ed il motivo e il significato di questo nome risiede in una storia che ora mi accingo a raccontarvi.

La pagina che ispirò il Papa
La pagina che ispirò il Papa
Siamo nella seconda metà del 1600 e fu rinvenuto nei pressi della chiesa della Minerva un piccolo obelisco egizio. Quando terminò il suo restauro, si decise di erigerlo a decorare lo spazio davanti la chiesa. Il Papa di allora, Alessandro VII, pensò bene di commissionare un'opera scultorea adibita ad abbellire il futuro basamento dell'obelisco. Essendo la chiesa, e il confinante convento che dà sulla piazzetta (cioè il palazzo che ora vediamo essere la pontificia accademia ecclesiastica), officiati dai domenicani, quegli stessi frati proposero un loro progetto: l'obelisco avrebbe dovuto poggiare su sei piccoli colli con un cane in ciascuno dei quattro angoli.
Il motivo del tema del cane è dovuto al fatto che per un gioco di parole il cane era divenuto il simbolo dei domenicani: dal latino "Dominicanes" essi venivano chiamati "Domini canes", cioè "i cani del Signore", per sottolinearne la fedeltà.

Il Bernini invece decise di proporre un suo progetto, ispirandosi ad un disegno che il Papa stesso aveva visionato e apprezzato in un libro che oggi diremmo "fantasy", l'Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (1499, vedi disegno), dove veniva raffigurato un obelisco sorretto da un elefante, con l'intento di simboleggiare le solide basi della mente necessarie a sorreggere la sapienza. Particolare importante però è che nel progetto del Bernini, a differenza di quanto raffigurato nel libro, lo spazio sotto la pancia dell'elefante sarebbe dovuto rimanere vuoto.

Si racconta che il progetto con l'elefante si impose sugli altri e che quindi il progetto dei domenicani fu scartato, suscitando nei frati grande scontento e astio nei confronti del Bernini. Come controprova di questo, i domenicani, diremmo oggi, "fecero ricorso" contro il progetto vincente: secondo i frati, infatti, sulla verticale dell'obelisco, cioè sotto la pancia dell'elefante, occorreva riempire lo spazio di pietra, come nel disegno del libro, altrimenti "le solide basi" che si volevano simboleggiare non sarebbero state affatto solide, e l'obelisco sarebbe franato.

La "sella" del Pulcin della Minerva
La "sella" del Pulcin della Minerva
D'altro canto Bernini per esperienza sapeva bene che il peso dell'obelisco si sarebbe scaricato lateralmente, attraverso le zampe dell'elefante, e che inoltre riempire lo spazio sotto la pancia dell'animale avrebbe reso la scultura goffa e pesante... Ma purtroppo a nulla valsero le proteste dell'artista: le argomentazioni dei domenicani prevalsero, complici anche i tradizionali principi dell'architettura del tempo, e quindi al Bernini fu imposto di riempire di pietra lo spazio sotto la pancia del pachiderma. Egli allora cercò di nascondere il "fattaccio" con una lunga "sella" scolpita sul dorso dell'animale (vedi foto), ma l'azione si rivelò inutile: come egli aveva previsto, alla fine la scultura risultò subito poco elegante e tracagnotta. Si dice allora che il Bernini, per sfregio, decise di cambiare l'orientamento della scultura così come la vediamo oggi: cioè in modo che il posteriore dell'elefante, con la coda posta di lato, fosse rivolto in un saluto "scurrile" verso il convento dei domenicani!

Ovviamente i romani, che come sappiamo hanno da sempre nel DNA uno spirito critico e burlone, quando videro quell'elefante che appariva così tozzo e tarchiato, cominciarono subito a sbeffeggiarlo. Da qui infatti il soprannome che gli affibbiarono e con cui è noto fino ad oggi:  "Pulcin della Minerva".  Già, perchè "Pulcin" è infatti una deformazione di "porcino", ovvero..."maialino"!

Piazza della Minerva è qui.

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